Pagina 13 - Un Premio lungo quarant'anni

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on sono stati certamente quarant’anni lisci e senza problemi
– ricordano oggi gli organizzatori guardandosi alle spalle – ma
tutto sommato ce la siamo cavata bene con rare contestazioni
e qualche minaccia di denuncia.
Cominciamo dalla contestazione. “E se una volta si invertissero
le parti?” – pensò la giuria. Si sa che sono per definizione i satirici a
colpire duro il potere e chi lo rappresenta, ma nel 1988, al Premio Satira
ci fu chi, pensando fosse una buona idea, decise per gioco di invertire
le parti, ritenendo che almeno per una volta fosse divertente mettere
assieme il diavolo e l’acqua santa, insomma provando a conciliare
gli opposti estremismi della satira. E chi meglio dell’eterno Andreotti
rappresentava il bersaglio preferito dai satirici italiani? “Con mia sorpresa
– scrisse lo stesso Giulio nazionale – mi hanno voluto premiare per una
sorta di costanza nel fornire materia ai vignettisti, materia abbondante
ma poco variabile: meagaorecchi, curvilinea, labbra non carnose;
per sfortuna dei caricaturisti non ho neppure perduto o imbiancato i
capelli, che avrebbero potuto costituire una novità”. L’idea della giuria
rischiò però di mandare a rotoli l’edizione di quell’anno, sotto il peso
di una vivacissima contestazione in diretta. Il Sessantotto era passato
da vent’anni, ma ad alcuni degli ospiti e dei vincitori della sedicesima
edizione, tra cui Paolo Hendel, Stefano Disegni e Riccardo Mannelli,
non sembrò giusto veder miscelati in un’unica occasione satirici e
satireggiati, bersagli e bersagliatori, e al momento di ricevere il premio,
lo contestarono, rifiutandolo. “Non è pertinente invitare l’oggetto della
satira a un premio sulla satira.” disse Paolo Hendel. “Ognuno deve fare
il suo gioco.” Andreotti, impassibile, riconobbe che “per un politico è
disgrazia peggiore non essere preso in considerazione dalla satira che
esserlo” e a chi nella protesta generale contestava che non è giusto
esaurire la vena satirica prendendo di mira soltanto i politici e finendo
col fare loro della pubblicità ed aumentarne il protagonismo, proprio
mentre si dovrebbe ridendo castigarne i costumi, replicò: “Osservazione
giusta perché se si ironizza solo sulle gobbe o sulle stature c’è poco da
correggere per i presi a bersaglio, anche se lo volessero”.
A chiudere la serata, nata su buoni propositi ma finita tra le
polemiche ci pensò Valentino Parlato, allora direttore de “Il Manifesto”
premiato per i suoi corsivi e i fulminanti titoli del giornale, che accettò il
Le Contestazioni